Il lavoro del futuro: ecco le lauree più richieste nei prossimi 5 anni

Dal 2010, il Sistema Informativo Excelsior (ideato da Unioncamere e dall’Anpal) fornisce oltre che i dati annuali a breve termine, altresì quelli a medio termine (limite quinquennale) di previsione sull’andamento del mercato del lavoro e sui fabbisogni professionali e formativi delle imprese.
L’obiettivo è quello di aumentare l’occupazione e di migliorare l’occupabilità dei lavoratori, gettandone le basi fin dal momento della scelta dei percorsi formativi. 
Più nello specifico, tale modello permette di prevedere l’evoluzione dell’occupazione per 34 settori (compresa la Pubblica Amministrazione ma non il settore agricolo, della pesca e dei servizi domestici) e di scaturire il fabbisogno occupazionale di ciascuno di essi. 
Per fabbisogno occupazionale si intende il numero di occupati necessari nei diversi settori, nell’intervallo studiato, sia in conseguenza di un atteso cambiamento della produzione, sia per rimpiazzare i lavoratori in uscita. In altri termini, non è altro che la somma algebrica di due componenti, quali:

  • l’expansion demand, ossia il saldo occupazionale previsto in ogni settore
  • la replacement demand, ossia la domanda di lavoro dettata dall’esigenza di sostituire i lavoratori in uscita per pensionamento o per mortalità

Ad oggi il Sistema informativo Excelsior, continua ad essere una delle fonti più adoperate di cui ci si avvale per stare al passo con le dinamiche quali-quantitative della domanda di lavoro.
Facendo un quadro della situazione, emerge che alcuni fenomeni:

  • l’invecchiamento della popolazione,
  • i processi di outsourcing (processo con cui un’impresa,affida all’esterno lo svolgimento di un processo produttivo o di una o più parti dello stesso che prima venivano svolte all’interno) e offshoring (delocalizzazione del processo produttivo da parte di un’azienda con trasferimento di tutti o parte degli stabilimenti in un Paese diverso da quello della sede principale) derivanti dalla globalizzazione,
  • il progresso tecnologico,
  • la veloce diffusione dell’ICT (Information Communication Technology) nel mercato del lavoro,

hanno fortemente trasformato la relazione tra occupazione e output nei paesi avanzati e non.
Si sta riscontrando, difatti, una forte perdita di posti di lavoro e una parallela creazione di nuovi lavori, dei quali alcuni costituiscono una variante di quelli già esistenti, altri,invece, costituiscono dei veri e propri nuovi lavori, che prima di allora non esistevano.
Questo perché le competenze e le skill richieste dal nuovo mercato del lavoro stanno mutando. A tal proposito distinguiamo le:

  • high skill, ossia le professioni convenzionalmente comprese nei primi tre grandi gruppi della classificazione delle professioni ISTAT: dirigenti, professioni specialistiche e tecnici,
  • medium skill, ossia le professioni convenzionalmente comprese nei due grandi gruppi intermedi della classificazione delle professioni ISTAT: impiegati e professioni qualificate commerciali e dei servizi,
  • low skill, ossia le professioni convenzionalmente comprese nei grandi gruppi 6, 7 e 8 della classificazione delle professioni ISTAT: artigiani e operai specializzati, conduttori di macchinari e addetti al montaggio, professioni non qualificate.

Detto ciò, il Sistema Informativo Excelsior si occupa di rispondere ad alcuni quesiti :

  • quali competenze saranno in maggior misura richieste dal mercato del lavoro di domani
  • quali lavori saranno in maggiore crescita
  • quali sono le occupazioni più a rischio

Le previsioni, al momento, concernono il lasso di tempo 2018-2022 e sono relative:

  1. al fabbisogno occupazionale privato e pubblico e per area geografica,
  2. al fabbisogno di occupati per settore,
  3. al fabbisogno di occupati per professione e titoli di studio.


    1.Fabbisogno occupazionale privato e pubblico e per area geografica

Nello scenario benchmark, è emerso un fabbisogno complessivo di occupati pari a 2.576.200 unità previste nel prossimo quinquennio, per un tasso di fabbisogno occupazionale medio annuo previsto ( dato dal rapporto tra il fabbisogno lavorativo e lo stock di occupati) pari al 2,26%. Sebbene il tasso di expansion sia negativo (-137.500) , il tasso complessivo di fabbisogno appare più alto per il settore pubblico (comprendente sia le attività della Pubblica Amministrazione in senso stretto , sia i servizi pubblici di istruzione e sia i servizi sanitari e di assistenza sociale di natura pubblica), che in quello in privato, in quanto il tasso di replacement , nel primo è maggiore. Ciò significa che nel settore pubblico vi è una maggiore necessità di sostituire il personale in uscita.

E’ stato rilevato, altresì, un tasso di fabbisogno superiore nel Nord Italia piuttosto che nel Centro-Sud, dovuto al più alto tasso di expansion rispetto alle altre aree. Il tasso di replacement, invece, è di poco inferiore alla media nazionale. Al contrario nell’Italia Centrale e nel Mezzogiorno, sono i tassi di expansion ad essere inferiori e i tassi di replacement ad essere più elevati.

 

2.Fabbisogno di occupati per settore

I disparati settori dell’industria e dei servizi concorrono alla formazione del fabbisogno complessivo degli occupati. In particolare:

  • nel settore industriale, ad esclusione delle public utilities, quelli che hanno il tasso di fabbisogno più elevato sono:

– le industrie delle pelli e delle calzature (2%),
– le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (1,7%),
– le industrie ottiche e medicali (1,6%),

mentre quelli che hanno i tassi di fabbisogno più bassi sono:

– le industrie della lavorazione dei minerali non metalliferi (0,1%).

  • nel settore dei servizi, invece, quelli che hanno i tassi di fabbisogno più alti sono:

– la sanità, l’assistenza sociale e servizi sanitari(con un tasso medio annuo di fabbisogno del 3,8%),
– i servizi di alloggio,ristorazione e turistici (3%),
– le public utilities (2,9%),
– l’istruzione e servizi formativi (2,8%),
– i servizi operativi di supporto alle imprese e alle persone (2,6%),

mentre quelli che hanno i tassi di fabbisogno più bassi sono:

– i servizi delle telecomunicazioni (1,1%)

Tuttavia, è opportuno precisare che nei settori caratterizzati da valori negativi dell’expansion (numerosi settori industriali, i servizi dei media e le telecomunicazioni), non è previsto necessariamente un andamento in contrazione , bensì si prevede più un’esigenza di razionalizzare la produzione per reggere meglio la concorrenza, e ciò attraverso anche innovazioni tecniche e organizzative labour-saving.
Questo, in virtù di quanto già verificatosi nel settore tessile e dell’abbigliamento, in declino occupazionale da numerosi anni, ma oggi molto più competitivo.

Inoltre, osservando i due grafici forniti dal Sistema Informativo Excelsior , uno per l’industria e l’altro per i servizi, è emerso che nel settore dell’industria:

  • le public utilities hanno i valori più elevati sia per il tasso di expansion, che per il tasso di replacement,
  • l’estrazione dei minerali, l’industria petrolifera e la lavorazione dei minerali non metalliferi hanno elevati tassi negativi di expansion e elevati tassi positivi di replacement,

e che nel settore dei servizi:

  • il turismo e la sanità hanno i tassi più alti di expansion,
  • le telecomunicazioni e i media devono migliorare la produttività e la competitività.

Queste previsioni sono condizionate in diversa misura da alcuni grandi fenomeni strutturali, che stanno trasformando totalmente il mercato del lavoro. Questi si possono sintetizzare in tre grandi trend:

a. l’ invecchiamento della popolazione,
b. il processo di globalizzazione,
c. il progresso tecnologico.

a.Per quanto riguarda il primo trend, al fine di fronteggiare il peso delle spese pensionistiche sui conti pubblici, i governi mirano a prolungare sempre più l’età lavorativa, facendo ritardare notevolmente la sostituzione tra lavoratori anziani e lavoratori più giovani potenzialmente più produttivi. Ciò ha comportato un carente ricambio tra le vecchie e le nuove generazioni e dunque un conseguente invecchiamento della forza lavoro. Dinnanzi a questa condizione, ossia ad un allungamento dell’età media della forza lavoro, i lavoratori, avendo conseguito la propria esperienza formativa in tempi anteriori, rischiano di non possedere più delle competenze appropriate al veloce mutamento del tessuto economico (skills obsolescence).

b.Il secondo trend invece, ha comportato un’alterazione del processo produttivo. La divisione della catena del valore, infatti, ha permesso la frammentazione in diverse parti o processi della produzione dei singoli beni , i quali potranno così essere commercializzati perché considerati, ognuno, un bene a se stante. Ciò ha comportato un aumento della domanda di lavoratori meno qualificati nei paesi in via di sviluppo e un corrispondente aumento della domanda di lavoratori qualificati nei paesi sviluppati.

c.Con riferimento al terzo trend, è possibile argomentare che il rapido sviluppo tecnologico e l’impiego considerevole dell’ICT nel processo produttivo , hanno totalmente modificato le competenze e le skill richieste ai lavoratori. Con il sopraggiungere delle nuove tecnologie, si è verificata l’automazione di numerose attività, precedentemente svolte dalle persone e non solo di quelle routinarie, infatti, la comparsa dei big data, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’internet delle cose (IoT) hanno fatto sì che si automatizzassero anche attività che sembrerebbero troppo articolate per una macchina. Sul presupposto che le professioni che in maggior misura vengono sostituite, sono quelle intermedie, si registra una crescita nelle occupazioni high skill e low skill.


3. Fabbisogno di occupati per professione e titoli di studio

Facendo ricorso ai microdati del Sistema Informativo Excelsior e dell’indagine Forze Lavoro è stato possibile scomporre il fabbisogno di occupati atteso a livello settoriale in termini di professioni e titoli di studio richiesti.
Premettendo che, come detto in precedenza, nell’intervallo esaminato (2018-2022) il fabbisogno occupazionale dell’economia italiana, nello scenario benchmark, è pari a 2.576.200 unità, si segnalano, secondo la classificazione delle professioni ISTAT:

  • una maggioranza delle professioni commerciali e dei servizi (26,0%),
  • a seguire si individuano le professioni tecniche (18,2%),
  • le professioni specialistiche (16,8%),
  • le professioni non qualificate (11,9%),
  • gli operai specializzati (10,3%),
  • le professioni impiegatizie (8,9%),
  • i conduttori di impianti industriali e di mezzi di trasporto (6,6%),
  • le professioni dirigenziali (0,9%),
  • le forze armate (0,4%).

Con riferimento alle professioni specialistiche, il tasso di fabbisogno è più alto per gli ingegneri, progettisti elettronici e progettisti industriali con il 3,6%, per gli specialisti nelle scienze della vita e della salute (farmacisti, medici, ricercatori farmaceutici, agronomi, ecc.) con il 3,1% e per gli specialisti in informatica, chimica e fisica con il 2,9%. Troviamo poi, con un tasso ancora superiore alla media pari al 2,6%, gli specialisti della formazione e della ricerca (professori, esperti della formazione, insegnanti,ecc.).
Grazie ad una recente ricerca CEDEFOP (2014), la quale ha interpellato 49.000 lavoratori adulti in tutti i 28 paesi UE7, è emerso che le professioni sopra citate sono quelle che hanno conosciuto i più intensi cambiamenti tecnologici. Nello specifico:

  • il 60% degli specialisti informatici,
  • il 55% dei medici,
  • il 51% degli ingegneri, 
  • il 48% degli specialisti della formazione.

Tuttavia, le classi che hanno il fabbisogno assoluto più alto sono costituite dagli specialisti della formazione e della ricerca (160.500 unità), dagli specialisti nelle scienze della vita e della salute (69.000) e dagli specialisti delle scienze gestionali, commerciali e bancarie (50.500)

Con riferimento, invece, alle professioni tecniche, il tasso di fabbisogno è più alto per i tecnici dei servizi sociali (assistenti sociali, i tecnici dell’integrazione sociale,ecc.) con il 4,2%, per gli insegnanti nella formazione professionale, istruttori tecnici e sportivi, tutor, atleti con il 3,7%, per i tecnici della salute (infermieri, educatori professionali, fisioterapisti) e per i tecnici di apparecchiature ottiche e audio-video, entrambe con il 3,4%.
Sempre grazie alla ricerca CEDEFOP , è emerso che le professioni sopra citate sono quelle che hanno conosciuto i più intensi cambiamenti tecnologici. Nello specifico:

  • il 57% dei tecnici dell’ingegneria e della produzione,
  • il 48% dei tecnici dei servizi sociali e per i tecnici della salute.

Ciò nonostante, le classi che hanno il fabbisogno assoluto più alto sono costituite dai tecnici della salute ( 129.400 unità), dai tecnici in campo ingegneristico (43.200 unità) e dai tecnici dei rapporti con i mercati (23.100).

Per quanto concerne, gli impiegati e le professioni commerciali e dei servizi, il tasso di fabbisogno risulta più alto per le professioni qualificate nei servizi personali (assistente socio-sanitario, operatore socio-assistenziale,ecc.) con il 7,5%, le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali (operatore sanitario, assistente alla poltrona) con il 4,4% e gli addetti nelle attività ricettive con il 3,3%.

Per quanto attiene, gli operai specializzati il tasso di fabbisogno è più alto per i meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori di macchinari con il 2,1%, per gli artigiani e operai specializzati nella lavorazione del cuoio, delle pelli e delle calzature con il 2%, per gli artigiani e operai specializzati di installazione e manutenzione di attrezzature elettriche e elettroniche, per i fabbri ferrai, costruttori di utensili e assimilati e per gli artigiani e operai specializzati delle lavorazioni alimentari con l’1,9%.

Infine, con riguardo ai conduttori di impianti industriali e di mezzi di trasporto, il tasso di fabbisogno è più alto per i conduttori e manovratori di impianti a fune e di veicoli su rotaie con il 6,2% e per gli operai addetti a macchine confezionatrici di prodotti industriali con il 4,3%.

A proposito dei livelli di istruzione richiesti, il tasso medio di fabbisogno occupazionale dovrebbe essere pari:

  • per i laureati, al 3,1%. Tra questi il tasso di fabbisogno è più elevato per l’indirizzo insegnamento e formazione con il 7,3%, per l’indirizzo statistico con il 5%, per l’indirizzo di ingegneria con il 4,2% e per l’indirizzo economico con il 3,8%,
  • per i diplomati, all’1,8%. Tra questi il tasso di fabbisogno è più elevato per l’indirizzo socio-sanitario con il 9,3% e per l’indirizzo trasporti e logistica con il 6%.

A causa della mancanza di equilibrio tra le professioni e le competenze richieste e quelle realmente disponibili sul mercato del lavoro , sarà impossibile conoscere in quale misura le imprese e le istituzione pubbliche riusciranno a soddisfare questo fabbisogno. Ciò che si teme, negli anni avvenire, è che con la crescita della richiesta di competenze, in particolare di quelle digitali e tecnologiche, si possa ingrandire la condizione di disequilibrio tra domanda e offerta.
E’ possibile individuare tre macro-livelli intorno ai quali si formano gli effetti della tecnologia, quali:

1) la trasformazione dei lavori esistenti, in termini di competenze, conoscenze e mansioni richieste.
2) la creazione di nuovi posti di lavoro,
3) la potenziale distruzione di posti di lavoro. Risulta che nell’intervallo 2018/2022, il 12% circa del fabbisogno, ossia 308.000 unità circa su un fabbisogno complessivo di 2.566.000, rischia l’automazione.

Inoltre, grazie al progetto Wollybi, sviluppato dal centro di ricerca Crisp dell’Università di Milano-Bicocca è stato possibile individuare quali sono le professioni emergenti e le competenze richieste dal mercato. Tra queste troviamo:

  • il Data Scientist
  • il Cloud Computing
  • il Cyber Security Expert
  • il Business Intelligence Analyst
  • il Big Data Analyst
  • il Social Media Marketing Manager

 

Fabbisogno e offerta di laureati in Italia (2018-2022)

E’ emerso che in media sono 134.800 i laureati all’anno che entreranno sul mercato del lavoro in questo quinquennio. Questo numero è pero inferiore rispetto al fabbisogno medio che è pari a 155.600 laureati all’anno, ma che potrebbe alzarsi a 175.500. Ciò sta a significare che :

  • mediamente, ogni anno, si sarà privi di 21.000 laureati, che potrebbero diventare circa 41.000 e che quindi nei cinque anni si prospetta una carenza compresa fra le 100.000 unità e le 200.000 unità,
  • il fabbisogno totale dei laureati arriverà a 778.000 unità.

Questo, risulterà composto per il 42% da lavoratori dipendenti nel settore privato, per un terzo
da lavoratori dipendenti nel settore pubblico e per un quarto da lavoratori indipendenti. All’interno di
questi tre grandi aggregati i laureati saranno il 21% del totale nel settore privato, il 71% in quello
pubblico e il 31% nel lavoro indipendente, per una media del 30%, vale a dire poco meno di un terzo
del totale.

Nello specifico le quote maggiori riguarderanno:

  • il 25% di laureati dell’area economico-sociale , pari a 191.000 unità,
  • il 24% di laureati dell’area umanistica, pari a 185.000 unità,
  • il 18% di laureati dell’area ingegneria-architettura, pari a 142.000 unità.

Di gran lunga inferiore è, invece, il fabbisogno dei laureati delle due ultime aree disciplinari, che è pari:

  • all’8% dei laureati dell’area scientifica, pari a 65.000 unità,
  • al 7% dei laureati dell’area giuridica, pari a 53.000 unità.

Il fabbisogno dei laureati, richiesto dal sistema economico potrà essere soddisfatto “attingendo” allo stock dei disoccupati e a quello di coloro che affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro, una volta terminati gli studi universitari. A scegliere tra un lavoratore con esperienza (disoccupato, inattivo, o già occupato) e un neo-laureato (senza esperienza lavorativa) saranno le imprese e le istituzioni in materia di “politica” delle risorse umane.
Se da un lato, lo stock di disoccupati può essere stimato nell’ordine delle 350.000 unità e dall’altro il flusso annuo nel quinquennio esaminato è di circa 134.8000 neolaureati previsti che entreranno sul mercato del lavoro, sembrerebbe non esservi difficoltà a soddisfare il fabbisogno di laureati richiesto dall’intero sistema economico. Ciò, però è possibile soltanto se vi sarà attinenza, o almeno un sufficiente grado di succedaneità tra gli indirizzi di studio posseduti e gli indirizzi di studio richiesti.
Nonostante, la componente dei laureati disoccupati rivesta importanza (si prevede una diminuzione negli anni avvenire), appare più interessante raffrontare il flusso medio annuo di neo-laureati in ingresso sul mercato del lavoro con il fabbisogno medio nell’intervallo di tempo studiato.
In primo luogo, si evince che il rapporto tra i 673.900 neo-laureati in ingresso sul mercato del lavoro e il fabbisogno previsto di 778.100 laureati è pari a 0,87. Questo sta a significare che, in media vi è la presenza di 87 laureati in ingresso ogni 100 laureati richiesti nel sistema economico, o in altre parole 115 laureati richiesti per 100 in ingresso.
Tale rapporto, dimostra sicuramente ottime prospettive di occupabilità per i neo-laureati, ma altrettanto sicuramente non sarà semplice coprire il fabbisogno previsto con solo i neo-laureati in ingresso sul mercato del lavoro.
Inoltre, a seconda degli indirizzi di studio, Il rapporto tra il fabbisogno di laureati e l’offerta di neo-laureati in ingresso sul mercato del lavoro mostra una notevole variabilità, infatti, andando a guardare le situazioni estreme, da un lato troviamo i 45.000 neo-laureati del gruppo geo-biologico , per i quali è previsto un fabbisogno pari a 23.700 unità e il cui rapporto risulterebbe pari a 0,53 e dall’altro troviamo i 42.500 neo-laureati del gruppo insegnamento, per i quali è previsto un fabbisogno pari a 91.900 unità e il cui rapporto sarebbe uguale a 2,16 (marcata carenza di offerta).
Risulta, invece, di gran lunga più complesso colmare la possibile carenza di offerta che si delinea per i laureati dei gruppi:

  • economico-statistico, per i quali il rapporto tra il fabbisogno e l’offerta è pari a 1,6 ,
  • scientifico-matematico-fisico, per i quali il rapporto tra il fabbisogno e l’offerta è pari a 1,48 ,
  • sanitario e paramedico, per i quali il rapporto tra il fabbisogno e l’offerta è pari a 1,40.

Allo stesso tempo, non sarà facile ridurre l’eccesso di offerta che oltre all’indirizzo geo-biologico, interesserà soprattutto gli indirizzi chimico-farmaceutico, linguistico, politico-sociale e medico-odontoiatrico, per i quali i neolaureati superano il fabbisogno previsto in una misura che va da circa il 10% a circa il 40%. Le situazioni di maggiore stabilità interesseranno gli indirizzi letterario-psicologico, giuridico e architettura. Un eccesso di domanda, invece, si prospetta per l’indirizzo ingegneria, con un rapporto pari a 1,17. Nonostante, una certa sistemazione tra la domanda e l’offerta si verifica naturalmente attraverso l’accettazione di un lavoro non proprio afferente con l’indirizzo di studio seguito, o colmando il fabbisogno con laureati che abbiano un curriculum di studi il più attiguo possibile a quello ricercato, è fuor di dubbio che lo squilibrio qualitativo accentua quello quantitativo o rende più complesso giungere ad un equilibrio tra domanda e offerta, o produce soluzioni poco esaurienti.

 

Conclusione

In conclusione, nell’intervallo di tempo esaminato 2018-2022, le previsioni mostrano :

  • un fabbisogno complessivo di occupati pari a 2.576.200 unità lavorative;
  • un tasso medio annuo di fabbisogno pari al 2,26%. I tassi di fabbisogno risultano più elevati nei servizi con il 2,5%, mentre nell’industria i tassi di fabbisogno non superano l’1,4%;
  • che i settori con i tassi di fabbisogno più alti sono la sanità, assistenza sociale e servizi sanitari con il 3,8%, i servizi di alloggio,ristorazione e turistici con il 3%, le public utilities con il 2,9% e l’istruzione e servizi formativi con il 2,8%;
  • che le professioni emergenti nel mercato del lavoro sono il Data Scientist, l’analista del Cloud Computing, il Cyber Security Expert, il Business Intelligence Analyst, il Big Data Analyst e il Social Media Marketing;
  • che il confronto dell’evoluzione del fabbisogno di laureati con l’andamento previsto dell’offerta ti titoli universitari indica una possibile carenza di offerta, che potrebbe però in parte essere colmata attingendo allo stock dei disoccupati e con situazioni molto differenziate per i vari indirizzi di studio.

 

Bibliografia:
https://excelsior.unioncamere.net/images/pubblicazioni2017/report-previsivo-2018-2022.pdf

Keep calm: addio voto minimo di laurea

<<Soppressione del requisito del voto minimo di laurea per la partecipazione ai concorsi per l’accesso agli impieghi nelle Pubbliche Amministrazioni.>>
 
Questo è quanto è enunciato dall’art.17, lettera d, della Legge 7 Agosto 2015, n.124 (“Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle Amministrazioni Pubbliche”), detta anche “ Legge Madia”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.187 del 13 Agosto 2015 ed in vigore dal 28 Agosto 2015.
 
E’ risaputo che per accedere ai concorsi pubblici è necessario essere laureati con un voto minimo,ma oggi non è più cosi, lo sapevate? In realtà, tale riforma, come detto poc’anzi risale al 2015, ma ben pochi ne sono a conoscenza. Tuttavia, vi è un’eccezione, infatti, per l’accesso ai concorsi pubblici, è legittimo richiedere un requisito di voto minimo di laurea per la Banca d’Italia. Ciò si traduce in una sorta di deroga alla Legge 124/2015, che trae origine da un ricorso, il quale contestava dinnanzi al Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Tar Lazio) , il Bando di concorso per la Banca d’Italia, che richiedeva, a pena di esclusione, il punteggio di almeno 105/110. Tale Bando di concorso, risultava per i ricorrenti, illegittimo poiché :
 
· “ in violazione dell’art. 17, lettera d, della Legge 124/2015, il quale, come detto precedentemente, elimina il voto minimo di laurea tra i requisiti per l’accesso al pubblico impiego;
 
· in violazione e falsa applicazione degli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione sotto il profilo della disparità di trattamento e del difetto di ragionevolezza;
 
· in violazione e falsa applicazione dell’art.2, comma 6, del D.P.R. n.487 del 1994 nonché del D.Lgs. n.165 del 2001, secondo il quale per l’accesso a profili professionali di ottava qualifica funzionale è richiesto il solo diploma di laurea;
 
· in violazione e falsa applicazione dell’art.9, comma 2, del Regolamento del Personale adottato dalla Banca d’Italia, il quale dispone che sono ammessi ai concorsi i soggetti in possesso di laurea magistrale, o equivalente, e di eventuali ulteriori titoli e/o requisiti professionali, di ricerca o di studio di volta in volta previsti nel bando di concorso”
 
Dato atto dell’oggetto del giudizio, il Collegio ha ritenuto che tale azione impugnatoria sia infondata, in quanto ai sensi dell’art.2, comma 6, del D.P.R. n.487 del 1994 e dell’art.9,comma 2, del Regolamento del Personale adottato dalla Banca d’Italia, “le amministrazioni possono introdurre ulteriori requisiti per l’ammissione a particolari profili professionali – viene quindi espressamente prevista la possibilità, per la Banca d’Italia, di introdurre, nelle procedure concorsuali, requisiti ulteriori rispetto al possesso del diploma di laurea – individuato quale requisito generale – per determinate categorie di personale. Tra tali requisiti ulteriori e diversi – rispetto al diploma di laurea – può farsi rientrare anche la previsione di un voto minimo di laurea, che costituisce un idoneo indice selettivo attestante un determinato livello di preparazione dei candidati, la ragionevolezza della cui previsione va rinvenuta nella qualifica cui si riferisce la selezione ”.
Per tale motivazione, nel discusso bando, trattandosi di reclutamento di “esperti” a cui verranno, dunque, commissionate importanti funzioni e specifiche responsabilità, trova piena legittimazione la previsione di un requisito aggiuntivo rispetto al possesso del diploma di laurea, costituito da una votazione minima di laurea.
Tale requisito ulteriore, risulta in linea con“lo scopo di individuare in via preventiva soggetti che assicurino un determinato grado di preparazione, come attestato dal voto di laurea, il quale, seppur nella variabilità dei relativi corsi e del diverso livello delle università, costituisce idoneo indice selettivo; tenuto conto che, essendo unica sul territorio nazionale l’articolazione dei voti di laurea, le votazioni devono ritenersi tra loro comparabili fintanto che non giungano interventi normativi che dispongano diversamente, quanto a valenza dei voti rispetto alle singole realtà universitarie”.
Altresì, il Tar a sostegno di quanto sopra detto prosegue facendo riferimento alla definizione inserita nell’art.1, comma 2, del D.Lgs. n.165 per cui “per amministrazioni pubbliche si intendono tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) e le Agenzie di cui al decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300”, con esclusione, dalla categoria definitoria di pubblica amministrazione, della Banca d’Italia. Quest’ultima, è un’autorità indipendente che a sua volta si differenzia da ogni altra autorità amministrativa indipendente , in quanto costituisce un organo del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) previsto dagli artt.127 e seguenti del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, e a cui è conferita autonomia funzionale e organizzativa, che si concretizza nel potere di regolamentare da se la propria organizzazione e il proprio funzionamento.
 
In conclusione, ad oggi può ritenersi illegittima la previsione di un voto minimo di laurea per partecipare ai concorsi pubblici. Ciò, però non vale per la Banca d’Italia, la quale in forza del suo essere un’autorità amministrativa indipendente, è legittimata a richiedere dei requisiti ulteriori e diversi, quali anche la previsione di un voto minimo di laurea. Tuttavia, l’inserimento di tale requisito non sembrerebbe rappresentare un indice affidabile della preparazione del candidato, a causa della non omogeneità di valutazioni sul territorio italiano e dell’eterogeneità delle istituzioni universitarie, infatti, non sempre l’impegno e la formazione del candidato sono direttamente proporzionali ai voti e ai meriti ricevuti.
 
E voi come la pensate? E’ equo che venga soppresso il voto minimo di laurea dai concorsi pubblici, in modo tale che tutti possano partire ex novo, oppure ritenete che così si finisca per sminuire l’impegno pregresso del candidato? E’ equo che la Banca d’Italia possa decidere da sé quali requisiti debba possedere il candidato, tra i quali il voto minimo di laurea? Scriveteci la vostra opinione!
 
Bibliografia:

Le tre regole di Feynman per preparare gli esami all’Università

Uno dei più grandi sogni di ogni studente universitario è sicuramente quello di superare ciascun esame con facilità, attraverso una comprensione semplice e veloce. Fu Richard Feynman, uno dei più celebri fisici teorici di sempre, che per apprendere nuovi concetti e spiegarli in elementari parole, ha ideato un metodo infallibile, articolato in tre soli passaggi.
 
Innanzitutto, secondo Feynman dopo aver studiato e approfondito un argomento o un concetto, bisognerà munirsi di carta e penna e provare a ripeterlo e scriverlo nel modo più semplice possibile, come se lo si stesse spiegando a un bambino di 8 anni.
 
Successivamente sarà necessario approfondire ciò che è risultato difficile da spiegare, per poi riprovare a illustrarlo sempre con semplicità e chiarezza, ritornando così al passaggio numero 1.
 
Infine, occorrerà tornare sull’intero discorso per cercare di migliorare e chiarire ulteriormente le parti che risulteranno ancora di difficile comprensione.
 
Se vorrete, potrete poi introdurre un quarto passaggio, consistente nello spiegare, ciò che avete studiato, ad una persona che non conosce nulla dell’argomento che avete appreso. Una volta seguiti in maniera corretta questi tre passaggi, potrete dirvi preparati per il prossimo esame, in quanto così facendo sarete in grado di apprendere molto più velocemente e di risparmiare davvero molto tempo.
 
Questo metodo si è rivelato utile per il vostro studio? Fatecelo sapere.